Musicisti, il mondo ha bisogno di voi

Come ci insegna una celeberrima frase di cultura pop contemporanea “da un grande potere deriva una grande responsabilità”: se sapete suonare uno strumento e magari cantate anche bene, non sottovalutate l’influenza benefica che potreste avere sul prossimo, in particolare sugli adolescenti che, in un’età influenzabile, stanno ancora decidendo se diventare speculatori in borsa, YouTuber in skateboard o chef in tv. Prendete la vostra chitarra, preparatevi un dignitoso repertorio di classici e fate capire al pubblico di giovani ribelli che la vita senza arte è inutile. Allevate musicisti.

Confrontandomi con i consueti e tutto sommato condivisibili canoni del vivere civile, devo ammettere che la mia infanzia musicale si è protratta troppo a lungo, direi oltre l’accettabile. Ho continuato ad ignorare la musica “adulta” fino alle medie inoltrate, e ricordo lo sgomento del negoziante quando, avuto in regalo il primo mangianastri ed entrato per la prima volta in un negozio di dischi per comprarmi qualcosa da ascoltare, dopo una perplessa panoramica sugli scaffali mi sono presentato in cassa con la musicassetta delle canzoni dei “Gatti di Vicolo Miracoli” (peraltro non disprezzabili, e che comprendevano il capolavoro “Verona Beat”, poi usato come inno dall’Hellas Verona nell’anno dello scudetto).

In auto, nei viaggi di famiglia, si ascoltavano Jannacci, Paolo Conte, un po’ di classica; il massimo dell’avanguardia per me era rappresentato da Sanremo. La prima, timida svolta la sperimentai a 11 anni, in occasione di un campo estivo della Federazione Italiana Tennis, dove in due settimane di intenso lavoro gli istruttori si sforzavano di insegnarci come effettuare un dritto e un rovescio accettabili, come affrontare la doccia promiscua insieme ad altri orrendi teenager sconosciuti e come invitare sulla pista da ballo serale la ragazza più carina della colonia, che nel caso specifico era francese e non sapeva neanche dire “sparisci”. Imparai soltanto a fare la doccia.

Però… c’era LUI. Uno dei ragazzi più grandi, che a me sembrava un uomo ma che probabilmente aveva soltanto 16 o 17 anni, durante il tempo libero dopo pranzo saliva in camera e ne ritornava con una custodia rigida dalla quale estraeva una 12 corde, un reggi-armonica con armonica a bocca e kazoo, e si esibiva proponendo il repertorio di Edoardo Bennato – al tempo al massimo del successo – con una convinzione e una fedeltà che lasciavano deliziati. Io lo osservavo attonito e ammirato; per me era un’emozione sconosciuta. Non ascoltavo la radio, in televisione aspettavo soltanto i cartoni animati di “Bim Bum Bam” e non avevo fratelli maggiori che mi obbligassero ad ascoltare qualcosa di adeguato all’età. L’effetto di quel giovane interprete sulla mia sensibilità ancora immacolata fu deflagrante: appena salito sull’auto dei genitori che mi riportavano a casa alla fine del soggiorno annunciai solenne “per Natale voglio la cassetta (la CASSETTA!!) di Edoardo Bennato”. Al giorno d’oggi un undicenne si sarebbe ascoltato quella stessa sera la playlist del cantante direttamente dallo smartphone, ma a quei tempi richiedere ad agosto una cassetta per Natale sembrava una cosa perfettamente normale. Ne ricevetti due, le consumai avidamente e l’anno successivo, ormai rapito dal demone, per Natale chiesi la chitarra. Da allora con lei ho riso, sofferto, fatto amicizia, festeggiato, pianto, corteggiato, amato. Grazie alla musica ho studiato l’inglese, ho conosciuto persone eccezionali, ho viaggiato; ed esercitarmi su un nuovo brano, fosse il più bello dei Beatles o il più brutto dei miei, è stato sempre fonte di grande soddisfazione e di crescita interiore.

Non siamo tutti Bob Dylan, ma ad ognuno di noi la vita riserva una quota di poesia. Troppo spesso la teniamo nascosta in un cassetto, come una camicia troppo elegante per essere indossata tutti i giorni. Suonare uno strumento ci dà modo di tirare fuori, ogni giorno, la parte migliore della nostra anima.

Musicisti! Insegnate al mondo che la vita è piena di bellezza!