Credici, Paisà

Com’è l’Italia vista dall’America? Viva. Innovativa. Ammirata. Come sempre, del resto.

Visitare il NAMM Show di Anaheim, California, la straripante fiera degli strumenti musicali della National Association of Music Merchants, è quasi un obbligo per i professionisti del settore. Come i devoti musulmani hanno il dovere di compiere il pellegrinaggio verso La Mecca almeno una volta nella vita, così musicisti, produttori, distributori, rivenditori non possono esimersi dall’immergersi con devozione nelle sacre acque del business musicale più estremo. Perché, naturalmente, il business è la base di tutto; diciamo pure che è il carburante indispensabile per far muovere questo motore da 20.000cc, enorme come tutti i motori americani. Però per muovere un mezzo di tali dimensioni per tanti anni e per tanti chilometri è indispensabile, oltre al gasolio dei dollari, anche il lubrificante della passione.

Perché, certo, ci sono gli immancabili espositori cinesi, tutti simili come i loro prodotti, stanchi e avulsi dal resto dell’esposizione, con il tavolino alto in stile autogrill per appoggiare i listini e i moduli degli ordini, seduti in un angolo in attesa del visitatore al quale tentare di vendere il classico bancale di accordatori da 1,99$ o il container di ukulele colorati, e che mangiano silenziosamente i loro noodles che paiono arrivati dalla Cina insieme all’allestimento (e magari lo sono). Ma per ogni annoiato espositore di minutaglia industriale standardizzata ci sono dieci, venti, cinquanta imprenditori che ardono dal desiderio di farvi vedere il loro accessorio rivoluzionario, il loro gadget elettronico innovativo, il loro strumento artigianale sfolgorante come un gioiello.

Ci sono decine di ragazzoni americani che apparentemente hanno sgomberato la rimessa d’auto del padre per installarci i banconi dove vengono montati i loro effetti a pedale per chitarra dalle grafiche accattivanti; c’è il chitarrista classico bulgaro che, emigrato negli U.S.A. per seguire la sua carriera, decide che deve lanciare un crowdfounding per costruire il pickup per chitarra acustica ideale, e adesso me lo sta mettendo sotto gli occhi, orgoglioso; c’è l’uruguaiano venuto a studiare Business Administration a Los Angeles, e che come progetto per la tesi sviluppa un nuovo metodo d’insegnamento della chitarra ai bambini, e decide di commercializzarlo insieme a una chitarra multicolor per musicisti in erba; c’è l’ex rocker inglese di mezza età che dopo essersi fabbricato da solo per anni i fuzz più estremi come piacevano a lui, decide di produrli e di farli vedere ad altri musicisti altrettanto matti. E ancora, il chitarrista olandese che fabbrica plettri in materiale dalla formula segreta richiesti in tutto il mondo, il soffiatore di vetro di Washington che realizza flauti traverso in cristallo, e via ancora con decine di storie, di idee, di vite.

Si potrebbe pensare che sono lì per vendere, e ovviamente la ragione da cui si parte è quella. Ma poi prende il sopravvento il piacere di esserci e di mostrare il proprio talento, e ti raccontano il loro sogno anche se è evidente che non glielo comprerai, anche se sei soltanto il vicino di stand, anche se sei un loro concorrente. Sono lì per crederci.

E l’Italia? L’Italia c’è: piace, ha successo, viene premiata e, soprattutto, viene esposta volentieri nei propri negozi. Chitarre da tre, quattro, cinquemila euro, che a Milano o a Roma vengono viste come esercizi di stile, al NAMM vengono comprate a tre alla volta da rivenditori lungimiranti; il premio “Novità dell’anno” al NAMM Show 2018 lo ha vinto un simulatore digitale italiano di nuova concezione; ci sono prestigiose testate per chitarra e per basso, effettistica boutique, accessoristica in materiali innovativi, tutti prodotti italiani più conosciuti nel mondo che in patria. E’ stato bello vedere negli occhi di liutai, costruttori, designer, la soddisfazione di poter credere che non tutto deve essere necessariamente livellato al basso per poter essere venduto, che il lavoro serio e di qualità trova sempre qualcuno in grado di apprezzarlo, che si può sfuggire alla tirannia delle offerte online.

Quello che auguro ai produttori, ai negozianti, ai musicisti italiani, è di ritrovare la forza di crederci. Siamo stati per secoli il popolo che più di ogni altro sapeva apprezzare il valore delle cose belle, uniche. Da qualche parte, sepolta in quella che a volte viene chiamata “identità culturale”, deve essere ancora presente la capacità di capire che spendere senza esitare ottocentocinquanta euro per un telefono che butteremo fra un anno e mezzo e contemporaneamente indignarsi perché il negoziante te ne chiede duecentocinquanta per una chitarra che servirà a nostro figlio per imparare un’ARTE, e che rimarrà in famiglia per generazioni, significa aver perso il buon senso, la prospettiva e anche il buon gusto.

Noi per primi dobbiamo saper spiegare, a chi si affida a noi per scegliere uno strumento, la differenza fra un prodotto che costa poco e un prodotto conveniente. La rinascita del nostro settore, della nostra economia e del nostro paese dipende anche da noi. Non arrendiamoci.